20/01/2022 Il Sole 24 Ore

Comunità energetiche per rispondere alle sfide della transizione green

Installando capacità produttiva imprese e cittadini possono passare da «consumer» a «prosumer».

La transizione ecologica ci pone nell’immediato di fronte a tre problemi collegati tra di loro. Il primo è quello dell’inflazione trainata dal prezzo del gas fortemente aumentato a causa di eventi congiunturali (la forte ripresa della domanda in una fase di rilancio dell’economia dopo la fine di gran parte delle chiusure e restrizioni accompagnata da persistenti problemi nella logistica della produzione ereditati dalla pandemia e dalla consueta volatilità dei prezzi sui mercati), ma anche strutturali (la nostra dipendenza dal gas e il rischio di restare in mezzo al guado della transizione ecologica se non si accelera nella riduzione della nostra dipendenza da fonti fossili). Il secondo, conseguenza dell’aumento del prezzo dell’energia, è l’impatto sulla povertà energetica (le famiglie che hanno problemi nel pagare la bolletta) e sui costi delle imprese. Il terzo è appunto l’emergenza climatica che ci impone di ridurre le emissioni climalteranti fino ad azzerare quelle nette entro il 2050.

La politica purtroppo rischia di rispondere a questi tre problemi concatenati sull’onda dell’emotività di opinione pubblica e comunicazione, proponendo ricette che migliorano la situazione su uno dei fronti peggiorandola sugli altri. Rispondere all’aumento dei prezzi dell’energia da fonti fossili con una riduzione generalizzata dell’Iva sul gas vuol dire introdurre un nuovo sussidio ambientalmente dannoso, contribuendo così a quei 19 miliardi circa di interventi ancora in essere che vanno nella direzione sbagliata agevolando l’uso di fonti fossili, interventi che lo stesso governo si propone di abolire gradualmente, accompagnandoli a compensazioni e incentivi per la transizione per le categorie interessate.

Il segnale dei prezzi ha e dovrebbe avere un suo ruolo nel sollecitare trasformazioni strutturali di medio periodo. Negli anni 70 la nascita dell’Opec e l’impennata dei prezzi petroliferi in due diverse fasi spinsero le aziende dei Paesi occidentali a introdurre processi produttivi energy saving per ridurre la dipendenza da quella fonte di energia (in mancanza allora di alternative). Il processo finì per convincere l’Opec a tenere i prezzi del petrolio in una forchetta più bassa negli anni 80 per evitare il processo strutturale di sostituzione che avrebbe ridotto la domanda in modo permanente. La situazione di oggi è diversa e il percorso strutturale verso la riduzione della dipendenza da fonti fossili è ritenuto necessario e ineluttabile e non modificabile a seconda delle convenienze di prezzi. Ma certo il segnale dei prezzi di questi mesi dovrebbe spingerci con ancor più decisione a ridurre la nostra storica dipendenza dalle fonti fossili che, oltre a essere climalteranti, dipendono dal lato dell’offerta da attori e decisioni su cui non abbiamo alcuna capacità d’incidere.

Una risposta importante ed efficace su tutti e tre i fronti è quella della nascita delle comunità energetiche, incentivata nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) da un fondo di 2,2 miliardi che ha l’obiettivo di contribuire ad abbattere la spesa da interessi nell’investimento. Con le comunità energetiche gruppi di cittadini e d’imprese diventano prosumer, installando capacità produttiva da fonti rinnovabili e realizzando tre benefici: la riduzione del costo totale della bolletta (esclusi gli oneri di sistema) fino al 30%, i premi per l’autoconsumo fissati dal governo e la vendita al gestore dell’energia per l’immissione in rete dell’eccedenza di energia prodotta e non autoconsumata.

Le comunità energetiche hanno nel nostro Paese una tradizione che risale addirittura al periodo a cavallo del ’900 quando nacquero le prime esperienze nelle zone alpine ricche di energia idroelettrica. La prima esperienza fu quella di Morbegno attiva dal 1897. Quelle esperienze sono progressivamente cresciute e oggi la società elettrica cooperativa dell’Alto Bût (Secab) ha 2.653 soci che hanno ottenuto l’energia a un prezzo scontato del 35% nel 2000 e gestisce cinque impianti idroelettrici. Le esperienze più recenti di sviluppo sono quelle della fondazione di comunità di Melpignano, di San Giovanni a Teduccio e delle comunità energetiche create con la nascita di nuovi condomini da diverse società del nord del Paese. L’Unione europea stima al momento l’esistenza di circa 4mila comunità energetiche, ma il numero è in rapida crescita. Le settimane sociali dei cattolici di Taranto si sono concluse con un appello a creare comunità energetiche in ogni parrocchia. Se ciò avvenisse considerando 200 kw di potenza installata nelle 25.600 parrocchie arriveremmo a una potenza addizionale di 5,2 gigawatt.

Le comunità energetiche sono destinate a un forte sviluppo nei prossimi anni anche per il mutamento dell’orizzonte legislativo. Fino a poco tempo fa era proibito mettere pannelli fotovoltaici sui tetti dei condomini. Oggi la loro nascita è incentivata da fondi pubblici oltre a quelli del Pnrr poiché l’investimento iniziale può essere soggetto a iperammortamento se realizzato da imprese, alle misure del 110% se accompagnato da altre iniziative di efficientamento energetico degli edifici o comunque a detrazioni fiscali su una quota rilevante dell’investimento. È inoltre possibile per le comunità energetiche in base al Dl 199/2021 in attuazione della direttiva 2018/2001/Ue (che estende la potenza massima installabile da 200kw a 1Mw) utilizzare cabine primarie di condivisione dell’energia il che implica la possibilità di costruire la comunità più grandi.

Lo sviluppo delle comunità energetiche è un farmaco capace di agire su tutti e tre i problemi senza risolverne uno con effetti collaterali negativi sugli altri. C’è il contrasto diretto al problema della povertà energetica e dei costi di produzione elevati per le imprese ma, allo stesso tempo, un contributo importante all’obiettivo numero uno della transizione ecologica nel nostro Paese che è l’eliminazione del collo di bottiglia della scarsa capacità produttiva da fonti rinnovabili. Allargare questa capacità produttiva significa procedere verso l’obiettivo di emissioni nette zero del 2050 e ridurre la nostra dipendenza da gas e petrolio e dunque anche l’effetto delle impennate dei prezzi del gas sul costo totale dell’energia consumata.

Un altro aspetto significativo di questa ricetta è la sua capacità di risposta dal basso al problema. Il paradigma dell’economia civile ricorda che la risoluzione dei problemi in un mondo complesso come quello di oggi richiede quattro mani (meccanismi di mercato, cittadinanza attiva, imprese responsabili e istituzioni capaci di diventare levatrici delle energie di cittadini e istituzioni). Le comunità energetiche rispondono esattamente a questi criteri perché implicano il protagonismo di tutte le parti in causa.